martedì 5 maggio 2009

Il borseggio della zia

Intervista tratta da http://www.unacitta.it/

Marzio Barbagli, professore di Sociologia presso l’Università di Bologna, recentemente ha pubblicato Immigrazione e sicurezza in Italia, Il Mulino 2008.

I reati commessi da immigrati aumentano e sono gravi: violenze sessuali, omicidi, furti e rapine; a minare il senso di sicurezza della gente sono reati come furti d’appartamento e borseggi, in buona parte commessi da immigrati; la falsa idea di una responsabilità mediatica nel diffondere insicurezza. Intervista a Marzio Barbagli
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Possiamo partire da questo dato, certo un po’ imbarazzante visto da sinistra, dell’aumento dei reati commessi dagli immigrati…
Visto da sinistra o da destra il dato non cambia. La mia fatica è stata quella di dimenticare che ero di sinistra. All’inizio è stato difficile, ma dopo tanti anni che faccio il ricercatore mi sono convinto che quello che trovo, anche se non mi va bene, va pubblicato.
Tanto più che i dati che presento sono dati solidi: arrivano dagli archivi dell’Istat, dal Ministero dell’Interno, dai carabinieri, dalla polizia, dalla guardia di finanza, ecc. Sono i dati migliori che abbiamo, e quello che risulta sostanzialmente è che c’è stato un forte aumento della quota di stranieri sul totale delle persone denunciate, sul totale delle persone condannate, sul totale delle persone che stanno in carcere (anche se quest’ultimo dato andrebbe ulteriormente discusso).
Faccio subito una precisazione che riguarda i reati presi in considerazione, che sono specifici, non sono tutti. Per esempio, qui non parliamo dei reati cosiddetti dei potenti o dei colletti bianchi. Intanto perché ci sono scarse informazioni, ma soprattutto perché sappiamo che troveremmo sicuramente pochissimi immigrati in questo settore.
Questo però non vuol dire che i reati commessi dagli immigrati siano, come un tempo sosteneva il direttore di Repubblica, furtarelli da “ladri di polli”. No, qui parliamo anche di reati molto gravi, come violenze sessuali, omicidi e, in generale, furti e rapine, anche importanti cioè che producono ingenti somme di denaro. Si tratta in gran parte di reati contro il patrimonio e contro le persone.
Ci sono poi anche annotazioni curiose: ad esempio, colpisce il fatto che i due tipi di rapine per cui non è aumentata la quota di stranieri sono quelle che rendono di più, cioè le rapine contro le banche e quelle contro gli uffici postali, mentre la quota di immigrati è spaventosamente alta nelle rapine di strada o in rapine che prima quasi non esistevano, ovvero quelle contro le abitazioni, che però sono un reato non particolarmente diffuso, meno di quanto risulta dai media. In alcuni reati infine la quota di stranieri è davvero incredibile, cioè siamo ai livelli di 60-65% nei borseggi, e si supera il 50% anche nei casi di furti in appartamento.
In gran parte poi si tratta di stranieri che ai controlli risultano essere persone irregolari, ovvero senza permesso di soggiorno.
Anche qui però non vuol dire che i reati riguardino solo gli irregolari. In alcuni reati gravi, come le violenze sessuali o anche gli omicidi, i regolari sono una quota non irrilevante. Io non ho fatto i calcoli, perché probabilmente ho ancora dei freni inibitori, nonostante tutto, ma si può dire che in alcuni casi anche gli immigrati regolari commettono più reati degli autoctoni, degli italiani.
Un dato forse non così intuitivo e però fondamentale è che gli immigrati sono anche tra le principali “vittime” dei reati di cui parliamo.
Infatti, un dato altrettanto importante e drammatico è che una parte di questi reati sono commessi contro altri immigrati. Gli immigrati, cioè, sono più a rischio di subirli, oltre che di commetterli, degli italiani. Ci sono varie spiegazioni per questo fenomeno. Una è che, soprattutto gli omicidi, ma probabilmente anche le violenze sessuali (qui c’è un problema di dati perché le donne immigrate denunciano anche meno delle italiane) sono reati che hanno la tendenza ad avvenire nello stesso gruppo.
Il libro si interroga anche sulle cause del fenomeno, cioè del perché di questo grande e crescente -negli ultimi vent’anni- numero di reati. Anche attraverso confronti internazionali che però sono molto complicati, perché i dati sono diversi, poi le statistiche sulla criminalità sono tra le più difficili.
Certo è che non si tratta di un fenomeno solamente italiano.
Ciò che mi sembra non sia stato recepito pienamente è che la relazione tra immigrazione e criminalità varia nel tempo. Invece mi sembra che nell’approccio continuino a prevalere le posizioni ideologiche, che portano quelli di sinistra a pensare che non ci sia nessuna relazione, e quelli di destra a pensare che ci sia sempre stata…
In realtà, se prendiamo gli Stati Uniti, gli immigrati nei primi trent’anni del Novecento, come nell’ultimo ventennio dell’800, con le dovute eccezioni, commettevano meno reati degli autoctoni. Lo stesso avveniva per gli immigrati nell’Europa centro-settentrionale.
La situazione è cambiata negli anni ’70, sia per gli immigrati di prima generazione che per gli immigrati di seconda generazione. In sostanza è cambiata la frequenza con cui gli immigrati commettono reati.
Come si spiega quest’inversione di tendenza?
Intanto negli anni ’70 intervengono alcuni cambiamenti nell’economia e nel mercato del lavoro. Dopo il 1973, con la crisi petrolifera, si assiste alla fine di una fase di fortissima industrializzazione e sviluppo economico, di cui risentono anche i flussi migratori. Il rapporto tra push e pull, tra richiesta di immigrati e desiderio di venire nei paesi ricchi diventa così un rapporto squilibrato e questo induce molti paesi a introdurre delle regole per selezionare gli immigrati, per ridurre i flussi. Queste regole a loro volta hanno delle conseguenze, perché creano la figura dell’immigrato clandestino che prima non c’era.
Questa è la spiegazione generale. Ci sono poi ulteriori osservazioni specifiche che riguardano il nostro paese che credo si possano riassumere nelle difficoltà di adottare delle politiche e una legislazione capaci di aumentare l’efficienza dei controlli interni.
Nell’analizzare le due leggi, la Turco-Napolitano e la Bossi-Fini, lei sostiene che sono molto meno diverse di quanto i rispettivi partiti politici le presentino...
E’ così. E aggiungo che entrambe hanno avuto qualche effetto nel senso che, se non altro, hanno arrestato l’aumento di immigrati irregolari, se possiamo dire così. Si potrebbe obiettare che la quota era talmente alta che non era difficile, comunque hanno aumentato la capacità di controllo interno da parte delle autorità italiane, che significa la capacità di espellere, di rimpatriare gli immigrati che le forze dell’ordine, la magistratura ritengono debbano lasciare il nostro paese.
Attenzione, qui non parliamo degli immigrati irregolari, bensì di immigrati su cui ci sono seri sospetti -o prove- che stiano commettendo attività illecite. Il termine tecnico usato dal Ministero degli Interni è persone “rintracciate”, e si tratta di una piccolissima parte degli immigrati irregolari.
Sugli immigrati irregolari infatti la polizia non chiude solo un occhio, li chiude tutti e due. Non controllano certo le badanti, perché non hanno né le risorse né il mandato.
Il problema sono appunto i rintracciati che negli ultimi anni hanno raggiunto quota centomila all’anno, che in parte sono gli stessi perché non riescono poi a respingerli. E qui si apre un altro capitolo che è quello dell’identificazione. Queste persone infatti danno false generalità, non dicono da che paese vengono, rendendo pressoché impossibile rimpatriarle. Resta il fatto che grazie ai centri di permanenza temporanea, che certo sono nati male, e altri istituti introdotti dalle due leggi, la quota di persone rimpatriate sul totale dei rintracciati è aumentata, per quanto non in maniera lineare.
Direi pertanto che la situazione da questo punto di vista è migliorata e ciò mostra che si potrebbe fare qualcosa.
Il nostro paese vanta poi altre due specificità. Una è l’esistenza di una forte quota di lavoro nero, luogo privilegiato per gli irregolari. E’ chiaro che la presenza di un settore informale dell’economia così ampio favorisce l’immigrazione irregolare. Il secondo fattore è il bassissimo numero di controlli fatti nei luoghi di lavoro. In altri paesi mediterranei, come la Spagna, ad esempio, i controlli (almeno dai dati) sembrerebbero decisamente superiori.
Nel capitolo che ha dedicato all’omicidio della signora Reggiani lei sfata l’idea che alla base di un aumento dei reati compiuti dai rumeni ci sia l’entrata in Europa della Romania. Può spiegare?
Intanto quel capitolo è stato frainteso, per motivi di convenienza, dai giornalisti rumeni che infatti volevano tutti intervistarmi. In realtà io ho cercato di dimostrare che è indubitabile che i rumeni commettano molti più reati del loro numero (ma questo vale anche per albanesi e marocchini), ma che era sicuramente sbagliata l’idea che questo dipendesse dall’entrata nell’Unione Europea della Romania e della Bulgaria.
Il fenomeno è iniziato prima, in corrispondenza di un’altra legge in base alla quale veniva meno il bisogno del visto. Questo ha fatto sì che, come i dati hanno mostrato, sono arrivati davvero un grandissimo numero di rumeni, parte dei quali sono stati successivamente regolarizzati dalla legge Bossi Fini. Chiaramente l’ingresso nell’Unione Europea ha accentuato ulteriormente questo processo che però era iniziato molti anni prima. Ecco, questo discorso è stato frainteso dai giornalisti rumeni che hanno scritto che io sostengo che era tutta una balla, e che i rumeni sono tranquilli…
C’è una ragione particolare per cui alcuni gruppi, rumeni, marocchini e albanesi, commettono più reati di altri?
Intanto sono i gruppi più numerosi e noi sappiamo che c’è una forte relazione tra immigrazione regolare e irregolare. Il discrimine tra regolari e irregolari è un confine quasi casuale, casomai dovuto al fatto che uno è arrivato prima… Tra gli irregolari poi ci sono anche quelli che effettivamente commettono reati; alcuni vengono già con l’idea di commetterli, altri si trovano a compiere azioni illecite una volta qui.
Un mio giovane collega, Asher Colombo, ha fatto la tesi di dottorato entrando in un gruppo di algerini e seguendoli. Ne è uscito un libro molto bello, perché è difficile fare ricerche di questo tipo. Questi giovani infatti, non corrispondevano allo stereotipo dell’immigrato disperato, poveraccio, erano persone di classe media che avrebbero potuto benissimo trovare lavoro in patria, ma che avevano aspirazioni più alte, e che non riuscendo a soddisfarle per le vie ordinarie, talvolta finivano con lo scegliere percorsi illeciti. E’ una dinamica che riguarda anche i giovani italiani: persone che non commettono reati ne conoscono altre che li commettono e non le andrebbero mai a denunciare, sono mondi confinanti, non esistono barriere rigide…
Insomma, ripeto, sono ambiti molto fluidi per cui è difficilissimo compiere indagini accurate. Sicuramente andrebbero maggiormente indagate anche le “reti viziose” oltre a quelle virtuose, perché è evidente che esistono reti molto efficienti anche nel campo della delinquenza.
Ma il numero complessivo dei reati è aumentato?
Anche qui bisogna fare attenzione, perché si rischiano fraintendimenti. Noi siamo in un periodo, iniziato dal 1991 (ce n’era stato un altro breve a metà degli anni 50), caratterizzato dal tasso di omicidi più basso della nostra storia, ovvero degli ultimi cinquecento anni. Gli anni ‘90 hanno inoltre visto diminuire molti reati predatori, come alcuni furti, ecc. Per esempio i furti di auto sono diminuiti (ma perché non convengono più).
Altri reati invece sono continuati ad aumentare, penso ad esempio alle rapine. Non solo, anche alcuni dei reati che hanno subito un calo in realtà mantengono tassi elevati. Questo significa che noi oggi abbiamo tassi di furti e di rapine molto più alti di venti, trenta e quarant’anni fa. Pertanto possiamo dire che c’è un alto livello di criminalità.
Certo, lo ripeto, gli omicidi sono diminuiti, però sfortunatamente gli omicidi non influiscono sul senso di sicurezza, perché sono pochi, difficilmente ci si identifica, di fatti non c’è mai correlazione tra il tasso di omicidi di un luogo e l’indicatore di sicurezza. Quelli che determinano il senso di insicurezza sono i reati più frequenti e visibili. Influiscono molto anche le forme di degrado, cioè le violazioni delle regole che non riguardano il codice penale, sono le cose di cui la cittadinanza bolognese si lamenta da quindici anni, sono Piazza Verdi o semplicemente i graffiti, le prostitute che pure tutti sanno che non commettono reati… e però vedere le prostitute, vedere i tossicodipendenti…
Questo meccanismo è stato anche spiegato: l’idea che le persone si fanno è che non ci sia nessuno capace di difendere l’ordine nel proprio quartiere, e quindi se loro vedono tossicodipendenti, persone che fanno rumore, che si ubriacano, che si picchiano, eccetera pensano che possa succedere qualcosa di molto più grave, e quindi si sentono in pericolo.
Questo è un grande problema -lo dico scherzando- per quelli di Rifondazione Comunista, perché loro nei dibattiti ripetono: “Ma come? Sono diminuiti gli omicidi!!”, cioè pensano che il senso di sicurezza sia una palla inventata da Berlusconi e dai media. Ma non è così. E poi dicono una cosa apparentemente giusta ma che dimostra che non ci hanno pensato, cioè loro dicono: “Ma, e i reati dei potenti?!”. Ma neanche quelli purtroppo influiscono sul senso di sicurezza!
Tutti sono consapevoli che ci sono ma non ho mai sentito nessuno dire: “C’è stato un grave caso di corruzione, ora mi sento meno sicuro”. No, ci si arrabbia, ci si scandalizza, per motivi evidenti, ma non è che uno si sente minacciato. Uno si sente minacciato dal borseggio della zia, oppure dal furto d’appartamento del cugino, o di una persona che conosce.
Più ancora che le notizie stampa influisce quello che si vede e si apprende da persone che si conoscono che magari raccontano che la zia della zia ha avuto un borseggio, però se uno se lo sente raccontare un giorno sì e uno no…
Diceva che le rapine in casa però non sono così frequenti..
Le rapine in casa fanno molta paura, perché in genere avvengono con persone che ti minacciano, che magari sono armate o male intenzionate, sicuramente non sono cose piacevoli, però effettivamente sono un numero relativamente basso rispetto al clamore suscitato. D’altra parte hanno suscitato grande scalpore perché una volta erano rarissime. Negli ultimi anni sono sicuramente aumentate, e in questo gli immigrati hanno dato un certo contributo. Cioè queste non sono invenzioni dei media, sono cose vere. Come è vero ed è stato ampiamente documentato che molti borseggi vengono messi in atto da bambini nomadi, i cosiddetti zingari, che hanno meno di 14 anni o così dicono. Pure questo crea insicurezza, anche perché sembra un problema irrisolvibile e in effetti è difficile da risolvere, perché i bambini non possono andare in carcere quindi non si sa bene cosa fare, tra l’altro non è che questi si fanno mettere da qualche parte, se ne vanno via…
Quindi lei nega ci sia un rapporto tra i media e il diffuso senso di insicurezza…
Non sono io. Intendiamoci, i media contano naturalmente, però nella letteratura scientifica si dice che i media influiscono su quello che viene chiamato “concern about crime”, cioè la preoccupazione della criminalità. Ma questo meccanismo è molto legato al grado di interesse politico della gente (cioè alcuni non le sentono proprio queste notizie). Ovviamente, il caso della signora Reggiani l’abbiamo sentito tutti, ma per molti altri fatti bisogna leggere i giornali e qui veramente è dirimente l’orientamento politico.
La “fear of crime”, cioè la paura, il senso di insicurezza è un’altra roba ed è molto stabile, infatti laddove ci sono serie storiche di dati, come ci sono in Gran Bretagna e Stati Uniti, si vede che cambia poco. Perché cambi sono necessari dei mutamenti importanti, che la gente percepisca.
Ora, il senso di sicurezza in genere viene misurato chiedendo alla gente se ha paura ad uscire la sera di casa e a camminare da sola nel quartiere dove abita, questo è un indicatore tra i più usati.
Ecco, questo non varia a seconda di quello che dicono i media, è costante ed è costantemente alto. Ha cominciato a salire quando questo tipo di criminalità è aumentato in tutti i paesi occidentali, cioè in Italia dalla fine degli anni ’60, in altri paesi prima. Una volta raggiunti i livelli alti negli anni ’80 è rimasto costante, non ci sono stati mutamenti, mentre i giornali se la raccontano. Purtroppo anche chi fa i sondaggi spesso alimenta questa confusione.
Certo, ci sono anche delle situazioni che loro definiscono di emergenza, intanto perché le definiscono loro, e poi perché può succedere. Qualche anno fa, mi sembra fosse il 2001, a Milano ci furono dieci omicidi concentrati in pochi giorni, ma poi il numero complessivo degli omicidi non cambiò rispetto all’anno precedente…
Allora può darsi che un certo accanimento mediatico, anche nel sottolineare la nazionalità, alla fine influisca, io però credo più al fatto che la gente vede, vede che ci sono gli spacciatori, vede che una parte non sono italiani, oppure vede le prostitute e vede che non sono italiane… In queste cose le convinzioni si formano così, senza con questo sminuire i media, che certo contano, però secondo me sono sopravvalutati.
Nel tentativo di offrire delle spiegazioni a questi comportamenti devianti lei utilizza il concetto di “privazione relativa”, cosa significa?
Per provare a capire in effetti esistono due spiegazioni. Una è la teoria del controllo sociale che ci aiuta a comprendere i reati non solo degli immigrati ma di tutti noi. L’altra è quella della privazione relativa e del gruppo di riferimento. Mi spiego: le persone, soprattutto i giovani, che vengono in Occidente hanno sempre più come gruppo di riferimento non quello che lasciano al loro paese ma quello che trovano nei paesi ricchi.
Da questo punto di vista, per la seconda generazione la situazione è ancora più grave, perché effettivamente questi giovani si specchiano a tutti gli effetti sui loro coetanei. Se poi, come è successo in Francia, godono anche degli stessi diritti politici, in qualche modo, paradossalmente, il confronto diventa più frustrante e possono scattare dei cortocircuiti. Intendiamoci, questo non vuol dire che non bisogna concedere i diritti politici, ma che non basta. Perché i giovani figli di immigrati nati e vissuti in Francia hanno tutti i motivi per considerarsi uguali nelle aspettative ai loro coetanei figli di francesi, e siccome dal punto di vista sociale e economico la situazione è invece molto diversa, ogni tanto si arrabbiano e sfasciano tutto, bruciano macchine, invadono le strade. Sono problemi che hanno tutti i paesi europei.
Che peso hanno le condizioni socio-economiche, la presenza di reti familiari, l’integrazione insomma?
L’integrazione è fondamentale. Anche come deterrente. Ho menzionato la teoria del controllo sociale, ebbene questa teoria, che tra gli studiosi di scienze sociali gode di maggiore credito, deriva dall’etica cristiana e in qualche modo può applicarsi alla generalità della popolazione: siamo tutti peccatori, ciascuno di noi può commettere reati, quelli che non li commettono è perché hanno dei forti controlli esterni e interni.
Ora, tra i controlli esterni non c’è solo il rischio della denuncia ma anche quello di far soffrire le persone care. I “controlli esterni” sono allora la mamma, la fidanzata, il marito, il compagno di lavoro. Perché pensi: “Ma se mi prendono do un dolore a mia madre”. Ecco, nel caso degli immigrati, è evidente che questo vincolo è molto debole: molti di loro non hanno una rete all’inizio, a volte stanno dentro una rete nata proprio per le attività illecite, quindi sostanzialmente sono svantaggiati da questo punto di vista. Naturalmente sono svantaggiati anche dal punto di vista economico. Però la spiegazione che c’è nella testa della gente per cui questi commettono reati perché sono poveri, bisognosi, beh, non funziona.
Tanto più che non tutti sono poveri, certo magari non sono ricchi… Ma ad ogni modo non rubano perché sono poveri e bisognosi, no…
Quanto conta invece la legislazione? Oramai è molto difficile entrare come “regolari”. In fondo è stato questo labirinto di leggi e filtri a produrre il soggetto clandestino…
La farraginosità del nostro sistema certamente influisce. Il fatto che non siamo mai riusciti ad adottare una programmazione congrua dei flussi, e che quindi ci siano sempre più persone che devono entrare come irregolari, consapevoli che poi verranno regolarizzati secondo una sanatoria, beh, anche questo favorisce le attività illecite.
Basti guardare all’ultimo decreto flussi, è evidente che sono regolarizzazioni mascherate, perché sono tutti già qui. Se penso al mondo degli universitari, che conosco meglio, ecco anche lì molte volte le regole adottate per evitare abusi sono talmente tante che alla fine quasi costringono a fare abusi, perché poi alcune sono effettivamente assurde, e così per aggirarle si finisce con il moltiplicare gli abusi. E una volta che si passa di là, qualcuno può anche pensare che allora, abuso per abuso…
Pertanto, sicuramente la situazione delle leggi influisce. Ma influisce anche sull’altro versante. Un sistema come il nostro, che funziona male (anche se un poco meglio di prima) è un grande spreco di risorse e di capitale umano, e influisce negativamente sullo stesso funzionamento delle forze dell’ordine, della magistratura…
I poliziotti non ne possono più degli immigrati, perché vedono che la loro attività è in gran parte inutile: si ritrovano sempre gli stessi! Intanto è difficile provare che uno sta spacciando, perché naturalmente gli spacciatori sono bravi nel non farsi cogliere con le mani nel sacco, hanno una serie di trucchi che i poliziotti conoscono, e poi appunto se continuano a cambiare generalità è difficilissimo fermarli. Per non parlare del famoso indulto che ha avuto effetti disastrosi…
Come non bastasse, c’è questa infinita polemica tra destra e sinistra, in gran parte finta, fatta dai leader per dire ai seguaci: “Io difendo gli immigrati”, e gli altri: “Io difendo voi dagli immigrati”. Questo è normale però rende difficile trovare una soluzione ai problemi.
Esiste qualche paese che ha trovato il modello giusto?
La Svezia viene sempre citata, l’ho fatto anch’io, ma temo di essere stato influenzato dal mio orientamento politico nell’enfatizzare. Un mio collega, un criminologo svizzero molto bravo, a un dibattito a Torino mi ha fatto delle obiezioni. La letteratura dice che in Svezia gli immigrati di seconda generazione sono meglio integrati e quindi presentano meno problemi e la spiegazione sarebbe che quel paese ha investito moltissimo nelle scuole, eccetera. Il mio collega sostiene invece che il motivo principale è che lì c’è stata un’immigrazione diversa, perlopiù politica, di sudamericani e altri gruppi… In realtà nessuno di noi è però in grado di dimostrare efficacemente una tesi o l’altra. In generale è un problema che attanaglia un po’ tutti i paesi. Ad oggi non c’è un modello risolutivo. Lo stesso modello francese che è generoso nel concedere diritti politici e di cittadinanza agli immigrati, a differenza del modello tedesco, in questi ultimi anni ha mostrato i suoi limiti.
Oggi è sempre più chiaro che non basta concedere diritti di cittadinanza, diritti politici, poi bisogna occuparsi di tutto il resto, perché gli immigrati, in particolare la seconda generazione, non possono essere troppo diseguali, e quindi non basta nemmeno costruire case popolari nelle periferie, perché all’inizio ti ringraziano, ma poi si arrabbiano…
Insomma è complicato, nei prossimi anni ne vedremo delle belle…
Una questione più di fondo: mentre la destra sembra benissimo attrezzata ad affrontare questi fenomeni, per quanto a suo modo, la sinistra continua a balbettare…
In realtà non è vero che la destra è benissimo attrezzata, è molto divisa al suo interno. D’altro canto, se pensiamo che una volta anche il solo affrontare il problema poneva ostacoli insormontabili, possiamo dire che la sinistra ha fatto dei passi avanti. A livello individuale, molti hanno preso atto della situazione e hanno cambiato posizione. Nel libro ricordo il percorso di Livia Turco e le sue posizioni prima di essersi occupata concretamente del problema, e dopo.
Nel corso dell’ultimo governo del centrosinistra ho collaborato con il Ministero dell’Interno e ricordo che c’era una simpatica avvocatessa, una cattolica di formazione di sinistra, che sono quelli che hanno il cuore più aperto, io all’inizio la prendevo in giro quando parlava degli immigrati… Quando è andata al Ministero degli Interni, dove le informazioni sono di prima mano, beh ricordo che mi diceva: “Eh, Marzio, in effetti ne sto vedendo delle belle…”. E questo vale in generale. L’approccio è cambiato. Se per sinistra si intende il Partito Democratico una parte dei dirigenti è cambiata.
Quelli che sono cambiati poco sono quelli della cosiddetta sinistra radicale, che sono scomparsi peraltro… Quando sento Sansonetti, il direttore di Liberazione, mi fa un grande effetto, mi sembra di sentire me stesso quando avevo vent’anni… Certo, può darsi che io sia in una fase di rimbecillimento senile, però credo ci sia dell’altro, cioè questi fanno grande fatica a capire le trasformazioni.
E’ curioso: la gente comune ha capito questi problemi molto prima degli studiosi di sinistra, che sono accecati dalla loro ideologia, sono “fregati”, non capiscono, sono così difesi dai loro schemi interpretativi che non rimettono mai in discussione, perché se no guai…
Comunque, ripeto, mi pare che gran parte della sinistra sia cambiata nell’atteggiamento e nelle analisi.
Ma anche all’interno della destra non c’è un approccio monolitico, sono in molti a essere convinti che occorre fare dei passi avanti sulla strada della cittadinanza. Questo è un tema importante che purtroppo nessuno solleva in modo serio. La sinistra dovrebbe fare delle proposte coraggiose, invece che avvitarsi in questi discorsi che mostrano ottusità, per cui gli immigrati non sono un problema ed è tutto un’invenzione della destra. Gli immigrati sono anche un problema. Anziché giocare sempre di rimessa, dovrebbe assumere una posizione forte, soprattutto nel campo dei diritti politici, anche degli immigrati di seconda generazione, di cui invece non parla mai nessuno. Anche sul piano dell’integrazione nelle scuole, dove pure si fanno delle cose, ci vorrebbe un programma, un impegno straordinario.
Io non vedo e non sento nulla di tutto questo, neanche da parte della sinistra alternativa. Invece una parte della destra, secondo me, ci sta pensando a fare dei passi avanti sul tema della cittadinanza. Poi non pensiamo che la cittadinanza sia risolutiva, l’abbiamo visto nel caso della Francia, come anzi nascano altri problemi, però non c’è un’altra strada.

UNA CITTÀ n. 161 / dicembre 2008 - gennaio 2009

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